Quattro mesi oltre i tempi previsti sono un danno inestimabile per l´economia della Sardegna. Se è vero che l´economia sarda dipende per il 65% dalla spesa regionale, un ritardo sulla spesa di 6 mesi produce un rallentamento della economia non recuperabile con il raddoppio della spesa nel secondo semestre. L´intervento di Silvio Lai, Consigliere Regionale DS
Mercoledì 26 febbraio, il Consiglio Regionale, con una ennesima giornata di ritardo per richiesta di Pili, inizia il percorso di approvazione della manovra finanziaria regionale per il 2003. Siamo in ritardo di oltre 4 mesi sui tempi previsti e si sa già che la manovra non sarà approvata prima di un altro mese, prevedibilmente un mese e mezzo. Questo ritardo costituisce per l´economia sarda un danno inestimabile. Per dare però una idea si può tentare una stima partendo da una valutazione ormai condivisa da molti centri di ricerca economica e sociale regionali, pubblici e privati. Se è vero che l´economia sarda dipende per il 65% dalla spesa regionale, un ritardo sulla spesa di 6 mesi produce un rallentamento della economia non recuperabile con il raddoppio della spesa nel secondo semestre. Nel 2002, infatti, la Regione è riuscita ad impegnare solo il 60% delle risorse e a spenderne solo il 30%. È facile così ipotizzare che nel 2003, alle stesse condizioni succederà lo stesso e sommando i due anni sarà come se un anno intero l´economia in Sardegna si fosse fermata. Fermi i finanziamenti alle imprese, quelli ai settori produttivi, in ritardo di 2 anni i fondi per il commercio, saltato un anno per la sanità e la spesa sociale, bloccati i fondi per la messa in sicurezza delle scuole e per il miglioramento della istruzione.
Ma se sul fronte della spesa il disastro è stato questo, gli ultimi anni hanno rappresentato un deciso passo indietro sul fronte delle entrate. Sono diminuite le entrate per la Regione perché la Sardegna è più povera e il gettito Irpef e Irpeg è diventato meno ricco, sono meno di quelle possibili perché l´intesa Stato Regione firmata da Massimo D´Alema e Federico Palomba che prevedeva la ricontrattazione delle entrate derivanti da IVA, accise su carburanti o su assicurazioni e altre fonti, non è stata fatta. Un calcolo approssimativo basato su una ipotesi mediana con le altre regioni a statuto speciale ci permette di parlare di almeno 1200 miliardi di vecchie lire all´anno in meno. Come se in una famiglia si tagliasse lo stipendio del 20% o restasse fermo per 7 anni la sua entità mentre aumentano i prezzi. Nel merito si tratta di una manovra finanziaria , già morta, uccisa dalla sua stessa maggioranza che non è mai intervenuta nel dibattito delle commissioni pur esprimendo poi pareri negativi, che sarà oggetto di imboscate in aula da parte della stessa maggioranza, respinta di fatto da tutte le commissioni sia dalla maggioranza che dalla minoranza, approvata in un clima irreale dal centrodestra in commissione bilancio per portarla in aula più velocemente possibile come fosse una liberazione.
Ma quale filosofia sostanzia la manovra di Pili e Masala? Si da poco a tutti. Non c´è nessuna priorità, nessuna scelta, nessuna settore considerato strategico. E in secondo luogo la manovra è ispirata ad un nuovo centralismo regionale.
Lo si vede già nel rapporto che ritroviamo tra la manovra finanziaria regionale e la finanza locale in Sardegna, oggetto di un confronto ad Alghero proprio ieri, già duramente provata dal taglio dei fondi previsti dalla finanziaria nazionale di Berlusconi e Tremonti.
Gli enti locali, lo ha detto con durezza l´ANCI, hanno denunciato la loro esclusione in fase preparatoria dei documenti della manovra e prima dell´invio da parte della Giunta della documentazione alle parti sociali. Si tratta di una questione formale grave e di un nodo istituzionale, perché la riforma del titolo V della costituzione, pone in termini equiordinati Regione, Comuni e Provincie. Nessun soggetto è superiore gerarchicamente agli altri.
In secondo luogo la finanziaria prevede tagli ai trasferimenti agli enti locali che non possono che trasformarsi in tagli ai servizi per i cittadini, perché la spesa del personale resta indisponibile. Si tratta di una riduzione in termini assoluti e insieme di riduzione conseguente a scelte di nuovo centralismo di cui parlavamo perché si trasferiscono i fondi della legge 25, con la quale dal 93 si trasferiscono i finanziamenti autonomaticamente nelle casse degli enti locali in ragione di parametri quali il numero di abitanti, il disagio territoriale, l´aggregazione dei comuni per i servizi, a nuove iniziative che stanno in capo a valutazioni arbitrarie degli assessori. Un ritorno all´antico insomma, all´attesa in sala d´aspetto degli assessori, dei sindaci dei nostri paesi alla ricerca del "dono" assessoriale in cambio dell´asservimento politico ed elettorale. Una clientela umiliante per chi deve rappresentare comunità libere.
Lo stesso effetto è generato dalla diminuzione dei fondi per gli investimenti per gli enti locali attraverso i quali i comuni hanno contratto mutui decennali che richiederanno la copertura attraverso fondi per la spesa corrente che dovranno essere compensati con ulteriori richieste alla Giunta e ai singoli assessori.
Vengono poi eliminati i fondi per gli sportelli unici e per la gestione associata di servizi e funzioni che pure consentono la premialità dei fondi europei e quindi, ulteriori finanziamenti per la Sardegna.
Una protesta dell´ANCI più che giustificata perché tocca non solo lo sviluppo locale e i servizi dei cittadini, ma la dignità delle comunità e dei sindaci che le rappresentano.
Molti altri sono i nodi preoccupanti, dall´ambiente all´agricoltura, alla sanità, alla spesa sociale sino ai finanziamenti per i settori produttivi e l´istruzione.
Sono nodi non correggibili in presenza di una finanziaria così negativa e di un gruppo dirigente che si è dimostrato incapace di guidare la Sardegna in una fase ricca di problemi ma anche di opportunità, legate ai cambiamenti istituzionali, e alla enorme quantità di risorse disponibili dall´Intesa Stato Regione e dai fondi del POR Europeo.
L´Ulivo si muoverà in una direzione politica precisa in questa finanziaria: fare una dura durissima opposizione, senza sconti per il centrodestra e le sue divisioni e bocciare la manovra spostando tutti i fondi gestiti dagli assessori in maniera arbitraria, verso le leggi di spesa che, come la 25 del 1993, non consentano atti arbitrari ma finiscano oggettivamente nelle casse degli enti locali per servizi ai cittadini, spese produttive e investimenti.
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