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A.B. 29 maggio 2008
Arriva dal Liceo una nuova lettura dell’Orfeo ed Euridice
Il musical, portato in scena dal gruppo teatrale del Liceo Classico-Linguistico-Artistico “G.Manno”, è in cartellone sabato al Palacongressi


ALGHERO – Tutto pronto per l’esordio dello spettacolo “Orfeo ed Euridice. Il musical”. Si tratta di un’operazione condotta dal gruppo teatrale “I compagni di Luca” dell’Istituto d’Istruzione Superiore “G.Manno”, in collaborazione con l’associazione di danza“Ichnu”, con l’associazione culturale “Alghero tra mito e storia” e con la compagnia teatrale “Teatro d’inverno”. La prima andrà in scena sabato 31 Maggio, alle ore 21,30, al Teatro grande del Palacongressi di Alghero, che con quest'opera inaugura la sua attività teatrale. I costumi sono stati realizzati dallo stilista Antonio Marras, le coreografie da Moreno Ferrari, le musiche da Gianfranco Salvio e le liriche e la regia da Nicola Salvio, preside dell’Istituto. La vicenda è ispirata al mito classico di Orfeo, che, a partire dalla letteratura greca (con Platone ed Apollonio Rodio), ha attraversato, nel corso dei secoli, diversi linguaggi dell’arte: dalla poesia latina di Virgilio e Ovidio alla pittura del Tintoretto e di Rubens; dalla musica “alta” di Monteverdi, Gluck e Offenbach (per citare solo i maggiori) a quella “leggera” dell’ “Orfeo 9.Opera rock” di Tito Schipa Jr, fino al cinema dell’Orfeo negro di Marcel Camus, dal dramma di Vinicius de Moraes all’Orphée di Jean Cocteau. L’Orfeo ed Euridice in programma sabato, narra una storia che, senza tradire il mito, se ne differenzia. Orfeo è poeta, musico e cantore, e quando lui parla, o suona o canta, la natura intera si ferma per ascoltarne la voce. Questa sua magica capacità di cambiare il mondo intorno a sé, desta l’invidia degli Dei che, preoccupati di perdere potere presso i mortali, ordiscono un piano per eliminarlo, facendo violentare Euridice, sua donna e musa ispiratrice, da Aristeo, l’uomo più brutto e forte della terra. Non sopportando l’offesa subita, Euridice si suicida lasciando Orfeo ad un dolore che niente e nessuno può lenire ma a cui partecipa la natura intera, uomini, animali e piante. Gli Dei, per completare il loro piano di vendetta, fingono di impietosirsi anch’essi al suo dolore, e gli fanno credere che restituiranno la vita ad Euridice. Potrà, dunque, entrare nel regno dei morti e portarsela via: al solo patto di non guardarla mai negli occhi sulla via del ritorno. Qui, però, Euridice, interpretando il fatto che Orfeo non la guardi negli occhi per la difficoltà di accettarla come donna ormai violata ed impura, si rifiuta di seguirlo. Orfeo, allora, consapevolmente infrangendo il divieto divino, finalmente la guarda: ne riguadagna, così, l’amore e la stima, ma la perde fisicamente per sempre. Il significato della storia è chiaro. Sullo sfondo di un tempo senza tempo, dove le vicende di oggi, di ieri e di domani si intrecciano fino a confondere i propri labilissimi confini, Orfeo rappresenta il prototipo dell’intellettuale illuminato, dalla personalità fortemente definita, decisa e capace di produrre cambiamento e vita, e perciò è uomo vero. E dunque scomodo; e soprattutto pericoloso per chi (la metafora degli Dei) detiene le leve del potere ed ha interesse che tutto rimanga così com’è: un elemento, pertanto, da eliminare, meglio se indirettamente, magari colpendolo, trasversalmente, sugli affetti più cari. Ad un uomo così fatto, alla fine, rimane nient’altro che la limpidezza della propria coscienza e l’integrità e la fermezza del proprio credo. E, cosa di non poco conto, il compianto degli uomini: quelli veri. Ma gli resta anche un’estrema consapevolezza, guadagnata sulla visione del regno dei morti: la scoperta che la barriera tra i vivi e i morti non è che una sottilissima, permeabilissima membrana. La morte è appena ad un passo dalla vita, e i vivi e i morti risiedono tutti in uno strettissimo confine dove, da una parte (quella dei vivi,) sta la propria identità, affermata anche a costo della vita e degli affetti più cari, e dall’altra parte (quella dei morti) stanno i ruoli e le etichette che noi stessi ci attribuiamo o da altri ci facciamo cucire addosso, riposte alla rinfusa dentro un al di là infernale che somiglia tanto ad un archivio buio e polveroso, dove son riposti coloro che già furono uomini e ora sono soltanto mani, soltanto piedi, soltanto membra, soltanto tronchi. Senza occhi. Senza identità. Senza anima.
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