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marco colledanchise 10:37
L'opinione di marco colledanchise
Nobento, la storia di un falso mito


Ci sono momenti in cui una città deve fermarsi e guardarsi allo specchio. Non per trovare un colpevole a tutti i costi. Ma per capire se ha sbagliato qualcosa. La vicenda Nobento non riguarda soltanto un’azienda. Riguarda il modo in cui Alghero costruisce i propri miti. Riguarda il rapporto tra politica, impresa, comunicazione e interesse pubblico. Per anni Nobento è stata raccontata come il simbolo della rinascita industriale. L’azienda che cresceva. L’azienda che assumeva. L’azienda innovativa. L’azienda che faceva welfare. L’azienda modello. Il suo amministratore veniva invitato ai convegni. Intervistato. Premiato. Celebrato. Le televisioni. I giornali. Le associazioni. Le istituzioni. Tutti parlavano di una grande storia di successo. Fin qui nulla di male. Quando un’impresa crea occupazione è giusto riconoscerne il valore. Ma esiste una differenza enorme tra riconoscere un risultato e costruire un mito. Ed è qui che, secondo me, Alghero ha sbagliato. Il primo errore: la politica non dovrebbe mai innamorarsi degli imprenditori. Dovrebbe collaborare con loro. Ascoltarli. Aiutarli. Sostenere chi investe e crea lavoro. Ma non dovrebbe trasformarli in simboli. Perché un imprenditore non è un santo. Non è un benefattore. Non è un eroe. È una persona che gestisce un’impresa. Può avere successo. Può incontrare difficoltà. Può fare scelte corrette. Può commettere errori. Quando invece la politica decide che una persona rappresenta il modello da seguire, rischia inconsapevolmente di perdere la propria capacità critica. E questo è pericoloso. Il secondo errore: la cittadinanza onoraria. Qui bisogna essere molto chiari. La cittadinanza onoraria è uno dei massimi riconoscimenti che una comunità possa concedere. Dovrebbe essere attribuita a persone che hanno lasciato un’eredità consolidata nel tempo. A chi ha dimostrato, attraverso una lunga storia personale e professionale, il valore della propria opera per la comunità. Nel caso Nobento, invece, la cittadinanza è arrivata quando il progetto imprenditoriale era ancora in piena evoluzione. Non esisteva ancora quella distanza necessaria per poter affermare con certezza: "Questo modello ha funzionato davvero." Con il senno di poi, è lecito chiedersi: Non è stata una scelta troppo affrettata? Questa non è una condanna. Non è una sentenza. È una domanda politica. Ed è una domanda legittima. Il terzo errore: confondere la comunicazione con la realtà. Negli ultimi anni le aziende hanno imparato a comunicare molto meglio. Video. Social network. Premi. Eventi. Interviste. Storytelling. Ma un’impresa non si valuta dai post pubblicati sui social. Non si valuta dai premi ricevuti. Non si valuta dalle fotografie delle inaugurazioni. Si valuta dai bilanci. Dalla liquidità. Dagli ordini. Dalla capacità produttiva. Dalla sostenibilità finanziaria. Dalla capacità di stare sul mercato e di garantire nel tempo il lavoro dei propri dipendenti. La domanda che oggi tutti dovrebbero porsi è semplice: Quando Nobento veniva raccontata come un’eccellenza assoluta, la sua situazione industriale era davvero così solida? Io non ho oggi tutti gli elementi per rispondere. Ed è proprio per questo che ritengo necessario fare chiarezza. Perché mentre si costruiva una narrazione pubblica fortemente celebrativa, probabilmente non sono state poste abbastanza domande. Oggi, però, chi rischia di pagare il prezzo più alto? Non il Comune. Non i giornalisti. Non chi partecipava alle cerimonie. Non chi consegnava premi e riconoscimenti. A pagare rischiano di essere i lavoratori. Le loro famiglie. Le persone che ogni mattina entravano in fabbrica pensando di avere davanti un futuro stabile. Questa è la parte che più deve preoccuparci. Perché quando un’azienda diventa un simbolo politico e mediatico, il rischio è che nessuno abbia più il coraggio di fare domande scomode. Almeno fino al giorno in cui la crisi non può più essere nascosta. Lo Stato deve intervenire? Sì. Ma dobbiamo capire per fare cosa. Lo Stato non deve intervenire per salvare un imprenditore in quanto tale. Deve intervenire per tutelare il lavoro. La Regione Sardegna ha oggi una responsabilità enorme. Non basta convocare un tavolo. I tavoli istituzionali sono necessari, ma devono produrre risposte. Cosa propongo da consigliere comunale: Propongo che la situazione venga affrontata pubblicamente e con la massima trasparenza. Ritengo necessario che il Consiglio comunale venga pienamente informato sull’evoluzione della crisi. Propongo che vengano ascoltate le organizzazioni sindacali, i rappresentanti dell’azienda e, soprattutto, i lavoratori. Chiedo che la Regione Sardegna assuma un ruolo centrale nella gestione della vertenza e che, qualora fosse necessario, venga coinvolto anche il Ministero competente. Propongo inoltre che ogni eventuale sostegno pubblico sia subordinato alla presentazione di un piano industriale serio, trasparente e verificabile, con numeri chiari, tempi certi e precise garanzie occupazionali. Oggi la politica deve smettere di proteggere le narrazioni. E deve iniziare a proteggere concretamente le persone.

*Marco Colledanchise, Consigliere comunale di Alghero
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