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Stefano Idili
5 maggio 2005
Digitale terrestre: Caligaris (Sdi), in crisi settore radiofonico
«Per la Sardegna significa un impoverimento ulteriore del pluralismo culturale e informativo nonché la perdita di un patrimonio difficilmente recuperabile in un secondo momento»

CAGLIARI - «La sperimentazione del digitale terrestre rischia di mettere in ginocchio definitivamente il settore isolano della radiofonia». Lo sostiene la consigliere regionale dello SDI-SU Maria Grazia Caligaris con riferimento alla "rivoluzione" che determinerà il passaggio dal sistema di trasmissione analogico a quello digitale. «Le piccole emittenti radiofoniche che, nonostante le gravi difficoltà, sono riuscite finora a conservare le frequenze, dovranno ora affrontare - ha aggiunto Caligaris - considerevoli spese per entrare nel nuovo sistema senza sapere neppure quando effettivamente diverrà operativo. Molte non saranno in grado di sostenerle e soccomberanno alla rivoluzione. Per la Sardegna significa un impoverimento ulteriore del pluralismo culturale e informativo nonché la perdita di un patrimonio difficilmente recuperabile in un secondo momento». Per la Caligaris l´aspetto più delicato è che mentre le televisioni, ovviamente quelle coinvolte, potranno godere anche durante la fase sperimentale dei "vantaggi" del digitale, le radio non ricaveranno alcun beneficio. «I consistenti investimenti serviranno soltanto per attrezzarsi in vista di un futuro peraltro ancora indefinito e sempre che la legge Gasparri, osteggiata fortemente dal centrosinistra, on venga nel frattempo modificata o abrogata. Si prefigura insomma una situazione pericolosa per la realtà della piccola imprenditoria radiofonica locale dove si registrano già effetti negativi. Non solo è improcrastinabile la Conferenza regionale dell´Informazione, ma credo sia indispensabile che il Presidente della Regione si faccia promotore - ha concluso la consigliere socialista - di un´iniziativa per salvaguardare il patrimonio sardo delle frequenze. Si potrebbero così evitare situazioni di precarietà e incertezza che non giovano al sistema delle micro-imprese editoriali».
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