L´Attore Emiliano Di Nolfo interviene sulla questione sollevata qualche giorno fa da un nostro lettore. Secondo lui, nonostante le evidenti carenze il nostro è uno dei teatri più belli della Sardegna, con un´acustica invidiabile. L´offerta, invece, è carente, limitata e artisticamente strabica
"Intervengo sulla questione sollevata dal sig.Sotgiu per due motivi. In primo luogo credo di poter completare con alcune osservazioni il punto di vista del sig.Sotgiu, che ha raccontato i disagi di uno spettatore, esprimendo i disagi di un teatrante che al Teatro Civico di Alghero spesso ha lavorato. Partiamo da quello che non dirò. Non dirò nulla sulla gestione del pubblico. Ingressi, biglietti, posti a sedere, maschere, palchi di proscenio. Non ho opinioni precise in merito e credo che su questo argomento il sig.Sotgiu sia stato esauriente. Mi preme parlare, invece, di alcune questioni, per così dire tecniche, e di altre, più importanti, artistiche. Le questioni tecniche, dunque:
1. Manca il riscaldamento. E se la zona pubblico quando c’è il pienone è riscaldata col metodo più antico del mondo, quello del bue e dell’asinello, il palcoscenico è sempre gelido. Chi frequenta la stagione Cedac si ricorderà Gioele Dix che recita “Il libertino” in jeans e maglione, con grande delusione di chi era andato a vedere lo spettacolo per il suo tanto pubblicizzato nudo integrale. Io ricordo anche grandi attori della vecchia scuola italiana, ormai ottuagenari, come Mario Scaccia e Gianrico Tedeschi, letteralmente intirizziti.
2. Mancano i camerini. Vengono utilizzati all’uopo, a volte, i locali dell’adiacente liceo musicale o, quasi sempre, il sottopalco. Il sottopalco è però a misura di hobbit, con delle pericolossime putrelle trasversali di acciaio che più di una vittima hanno mietuto nella pur breve nuova vita del teatro. Noi stessi abbiamo concluso la prima di “Tutto è bene quel che finisce bene” nel 2001 letteralmente improvvisando l’ultimo atto per l’infortunio occorso a uno degli attori. Otto punti, se non ricordo male. Basterebbe un po’ di gommapiuma per passare dal pericolo punti di sutura al più modesto pericolo bernoccolo.
3. Sembra esista una norma che impedirebbe il posizionamento delle attrezzature tecniche in altre posizioni che non siano i famigerati palchi di proscenio. In realtà questa norma, fortunatamente, è stata applicata blandamente e spesso, come è giusto che sia, è il responsabile tecnico della compagnia a decidere dove posizionarsi. Continuo a ritenere assurdo che qualcuno abbia potuto pensare che un fonico (soprattutto nei concerti) o un datore luci (soprattutto negli spettacoli teatrali) professionisti possano fare un lavoro decente senza sentire o vedere al meglio lo spettacolo. Mi chiedo, uno spettatore preferisce avere a vista antiestetiche attrezzature che non si intonano col velluto delle poltroncine, ma assistere a uno spettacolo con i suoni e le luci giuste, o godere della vista del teatro civico incontaminato dalla tecnologia ma rischiare di assistere a uno spettacolo pieno di errori tecnici? Sottolineo che Teatro d’Inverno questa norma l’ha sempre rispettata, da quando sembra sia in vigore, costringendo il datore luci a plastiche evoluzioni per sporgersi dal palchetto e intuire cosa succedeva nell’altra metà del palco. Ma per noi è facile, i nostri spettacoli, di solito, sono tecnicamente semplici.
Detto questo, voglio dire al signor Sotgiu e chi altro ha a cuore il problema, che dobbiamo comunque ritenerci fortunati. Noi, un teatro ce l’abbiamo, ed è anche uno dei più belli della Sardegna. Le compagnie sarde, pur con i problemi che ho elencato prima, adorano venire a recitare ad Alghero. Perché il teatro è bello e prestigioso, perché ha un’ottima acustica e si può recitare senza amplificazione (la cosa non è così scontata come si crede), perché il pubblico algherese è caloroso. Ma soprattutto perché è un teatro. E in Sardegna teatri ce ne sono pochi. A Nuoro, per dire, un teatro non c’è. A chi fa questo mestiere in Sardegna capita la maggior parte delle volte di andare a recitare in palestre, auditorium comunali, sale parrocchiali. Posti in cui l’acustica è sempre terribile, camerini manco a parlarne, e spesso non c’è neanche la disponibilità di carico elettrico sufficiente per mettere qualche faro.
Certo nel nostro teatro c’è freddo, il datore luci deve fare le acrobazie per vedere che cosa sta succedendo sul palco, e gli attori più alti di Frodo Baggins rischiano di spaccarsi la testa a ogni brusco movimento, ma altrove sono messi molto peggio.
In realtà, il problema fondamentale del Teatro Civico di Alghero è la gestione, per così dire, artistica. Racconto un aneddoto: nel 1995 (credo) fu organizzato un dibattito pubblico con tema proprio la gestione del teatro. Intervennero Piero Nuti, allora direttore del Teatro Popolare di Roma (e, mi piace ricordarlo, insieme ad Adriana Innocenti, tappa importantissima dell formazione degli attori di Teatro d’Inverno), Gianpiero Cubeddu della Compagnia Teatro Sassari e Antonio Cabiddu della Cedac. Si parlò soprattutto di questioni tecniche, costi, servizio maschere, attrezzature e simili. Cabiddu era accompagnato da Fulvio Fo, fratello di Dario e noto direttore di Teatri Stabili. Ebbene, Fo, chiamato a parlare, gelò la platea e i relatori dicendo che lui aveva partecipato a centinaia di dibattiti sulla gestione di teatri ma era la prima volta che gli capitava di discutere di queste fesserie. Che la questione da affrontare è quella artistica, disse, e il resto non ha importanza. Disse anche che il budget che allora era a disposizione per la gestione del teatro di Alghero poteva, secondo la sua esperienza, servire giusto a comprare la carta igienica per i bagni. Budget che non credo sia molto cresciuto da allora. Ora, quasi dieci anni dopo, mi rendo conto che aveva ragione. E mi spiego.
Io credo che l’offerta teatrale del Teatro Civico di Alghero sia carente e limitata. E artisticamente strabica. Lasciare che le proposte della Cedac che, con pieno diritto, persegue una sua linea, siano l’unica offerta teatrale per la cittadinanza sta producendo, a lungo andare, grossi danni. Il primo, e il più visibile, è l’età media altissima dei frequentatori del teatro. La Cedac propone allestimenti a senso unico, di taglio classico, che spesso hanno in ditta un nome importante, ma che sono graditi esclusivamente da un certo attempato pubblico. Chi è sotto i trent’anni la maggior parte degli spettacoli del cartellone Cedac li trova di una noia mortale. Me compreso, che da addetto ai lavori li trovo anche lenti, scontati e spesso recitati controvoglia. Il pubblico del teatro va rinnovato, i giovani sono il pubblico di domani, e con questa linea a senso unico non sarà mai così. Teatro d’Inverno fa, in parte, eccezione. Il nostro pubblico è mediamente più giovane di quello della Cedac ma, onestamente, devo dire che in gran parte coincide. C’è in Italia, un vivissimo panorama di teatro di ricerca, più vicino alla sensibilità dei giovani di quando non lo sia l’ennesimo Pirandello della coppia Malfatti-Squarzina, che il pubblico algherese non ha mai conosciuto. Come non conosce il teatro sardo. E questo è l’altro grosso danno del monopolio Cedac che, ripeto, persegue con pieno diritto la propria linea. Questa linea non prevede la circuitazione di compagnie sarde. E questo vuoto non viene riempito. Noi ci abbiamo provato, soprattutto con la seconda edizione della rassegna Isole, portando diverse compagnie sarde. La risposta del pubblico è stata alquanto fredda. E questo ci è stato spesso rimproverato dall’amministrazione allora in carica. Ma, e lo chiedo al sig. Sotgiu che forse se lo ricorda, quanti spettatori faceva il circuito Cedac i primi anni di programmazione? Pochi, mi è stato raccontato. Le iniziative di questo tipo vanno fatte attecchire, e ci vuole tempo. Fatto sta che in Sardegna ci sono diversi spettacoli interessanti, giuro molto più interessanti del duo Malfatti-Squarzina che porta il quarto Pirandello in cinque anni (tutti uguali), che gli algheresi non avranno occasione di vedere. Non dico che il programma Cedac non vada bene, dico che non va bene che sia l’unica proposta.
Gestione pubblica o gestione privata? Caro sig.Sotgiu, finche non ci sarà la volontà politica di affidare la gestione del teatro a terzi professionisti del settore io e lei questa domanda ce la possiamo porre quanto vogliamo. Il punto è che il teatro di Alghero è una struttura assolutamente antieconomica che non avrebbe nessuna possibilità di sopravvivere senza soldi pubblici, qualunque sia la gestione. La gestione pubblica, oltre alla mancanza di una direzione artistica con i danni che ho elencato prima, associata alla mancanza di strutture alternative provoca un altro antipatico effetto collaterale. Il teatro viene concesso sempre, a chiunque ne faccia richiesta, a prescindere da quanta pertinenza abbia la manifestazione con la struttura. Salvo poi lamentarsi che il fonico di un concerto jazz metta il banco mixer in mezzo alla sala. O che il volume della musica rock di un saggio di danza sia troppo alto. O che gli ottanta bambini del saggio di una scuola elementare consumino cibi e bevande all’interno del teatro. Io credo, personalmente, che i concerti jazz, e perché no, anche quelli pop, vadano fatti a teatro, anche se c’è il banco mixer in mezzo alla sala e il pavimento coperto di antiestetici cavi. Credo che, invece, per i saggi dei bambini (che ballino, recitino o suonino) sia auspicabile trovare uno spazio alternativo. Avranno tempo, se continueranno a praticare una delle arti, di calcare le tavole del palcoscenico del teatro. E dico di più, a teatro non andrebbe fatta nessuna conferenza. Neanche quelle di rilievo internazionale. A teatro si deve fare arte, e basta.
Ma mancano gli spazi alternativi, per i saggi e per le conferenze, e una gestione pubblica non può dire di no a nessuno.
La priorità deve essere dunque dar vita a strutture alternative, queste sì con gestione affidata a professionisti, a patto che ci sia un sostegno pubblico, la cui attivazione darebbe respiro al Teatro Civico. E permetterebbe una offerta di manifestazioni più ampia ed eterogenea, che possa andare incontro ai gusti di tutti.
Avevo cominciato questa lunga lettera dicendo che intervenivo per due motivi.
Il secondo è questo.
Intendo ringraziare, a nome della Compagnia Teatro d´Inverno, il sig.Sotgiu per le belle parole che ha voluto spendere sul nostro lavoro. Il teatro pieno in ogni ordine di posti (gratis, diranno i maligni, sì certo, ma per uno spettacolo che era alla settima replica ad Alghero, rispondo io) e i convinti applausi, molti a scena aperta, tributati a "Innamorati di Shakespeare" nonchè i cinquecento spettatori che hanno affollato il Poco Loco nelle tre serate di “Tots els animals predadors”, sono riconoscimenti che fanno venire voglia di continuare a fare questo bellissimo, ma a volte ingrato, mestiere. Che la professionalità e la disciplina che mettiamo da sempre nel lavoro siano notate e gradite dal nostro pubblico è davvero una bella gratificazione".
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